Grandecane. Il mio incontro con Joe Lansdale.

La frase “scrivi come se i tuoi genitori fossero morti” sembrerebbe appartenere all’autrice Anne Lamott (231mila follower su Instagram). Quando l’altro ieri ho incontrato Joe Lansdale (ehi, ma vedo ora che ha solo 2867 follower!) lui aveva addosso una maglietta blu con una scritta bianca, sul petto, che diceva: “scrivi come se tutti quelli che conosci fossero morti”.
“Porca puttana” ho mormorato mentre lui stava seduto a un tavolino di Piazza Collegiata e io gli andavo incontro.
“Tutti.” Ho bisbigliato. E lo so che mi ha visto che muovevo le labbra.
Dico, vada per i genitori, la loro censura indotta l’ho fatta fuori attorno ai 16 anni. Ma “Tutti” è un notevole level-up, Cristo. Non ci sarei mai arrivato per conto mio, sono troppo reverente.
Se tutti voi foste morti (si fa per dire, gente) non potrei più offendere nessuno, ma soprattutto non mi dovrei più aspettare un parere da coloro i cui pareri mi interessano e spaventano allo stesso tempo.
Da ragazzo, a ogni carnevale, facevo un gioco. Scrivevo una storiella in cui finivo per ammazzare in modo lirico e paradossale ogni mio amico. Voi zuzzurelloni (sì, voi del gruppo che in quelle storielle di carnevale c’eravate e schiattavate per mano mia) apprezzavate le vostre poetiche morti. Anche per me era così. Amavo uccidervi. Ricordo che davanti allo schermo, negli anni delle storielle di carnevale, ridevo fino a sentirmi male, fino a dovermi alzare per riprendere fiato. Mi immaginavo le caratteristiche di ogni singolo zuzzurellone, le forme delle sue morali, del modo che aveva di sfottermi (tutti ci sfottevamo fra tutti, non è una lamentela) ed erano proprio quelli gli aspetti che dapprima evidenziavo, poi ridicolizzavo e infine, in un atto catartico, scannavo con un’ascia, investivo con un Paker, disarticolavo a mani nude. Ero saggio, mi accanivo contro ciò che mi impediva di esprimere la mia natura: la morale degli altri. Nel caso specifico: degli zuzzurelloni, coloro che per me contavano di più. A carnevale si poteva. Alla fine, per un bel po’ di tempo, negli anni successivi, il fatto di non vedere compresa la mia natura (da me allora del tutto incompresa, pertanto agita male, in modo truffaldino), da quegli zuzzurelloni mi ci ha fatto allontanare. Forse oggi va un po’ meglio con loro, ma è pur vero che si è esaurita la pretesa di essere riconosciuti.

Comunque. Al festival di letteratura per ragazzi “Storie Controvento”, quest’anno, ho incontrato il mio mito. Sì, ho ancora un mito vivente. Sembra strano nell’epoca in cui ognuno sembra essere diventato il mito di sé stesso. Non è che abbia appesi i suoi poster in camera, ma se trovassi la foto giusta ci potrei anche pensare. Me ne sono fatta fare una insieme a lui, la potrei stampare e attaccare nel mio diario segreto. Per me Joe Lansdale è un mito della scrittura. Ne ho altri due di miti: Edward Bunker e Charles Bukowski. Ma loro sono morti. Erano più anziani. Forse anche meno disciplinati. Ad oggi non ho ancora capito cosa tenga in vita le persone in generale, figuriamoci i miti. Beh, oggi Eddie avrebbe 93 anni, mentre Charlie 106. Alle volte ciò che ci tiene in vita può anche solo essere un cuore che batte.

Al tavolino della Piazza Collegiata abbiamo ordinato del caffè che non è arrivato. Lo abbiamo aspettato per una ventina di minuti, poi siamo dovuti andare via. Abbiamo parlato di Lupo, il mio cane, che era lì con noi. Anche Joe Lansdale ha un cane. È un Pitbull. Vedevo che faceva fatica a stargli lontano. Il suo cane era in Texas. Io non sono mai stato tanto distante dai miei. In effetti quando l’anno scorso ho provato a contattarlo su Facebook per via di un’intervista che gli volevo fare, lui mi ha subito risposto dicendomi di mandargli pure le domande alla sua mail privata. La mail era: Grandecane, chiocciola e qualcosa che ora non ricordo. Dico, a parte il fatto che negli ultimi anni mi è capitato di provare a prendere contatto con alcuni autori o poeti ticinesi senza ottenere risposte (scusate, eh), mentre uno come Joe Lansdale si è reso disponibile in un paio d’ore. Ma questo è un umano dotato di una vastità immaginativa geniale, unica. È una persona tradotta in ogni angolo del pianeta, uno che ha vinto 11 volte il Bram Stoker Award, giusto per dirne un paio (sto cercando di non cadere nel celebrativo pacchiano). E la sua e-mail cita: Grandecane.

“Un Grande Cane. Ecco…”, ho pensato mentre ce ne andavamo dalla piazza senza il sapore del caffè sul palato (meglio così, avremmo speso troppo e non è che lo facciano buono), “questo dev’essere uno che nella sua mente, quando scrive, li fa fuori veramente tutti. Il Grandecane fa il Grandecane.” Non esiste autocensura perché non esiste autocostruzione di sé. E forse anche per questa ragione, chi lo ha conosciuto non ha potuto far altro che rimanere colpito dalla sua semplicità.

Prima che nascessimo ci hanno scritto un copione. A noi l’arduo compito di tradirlo. A seconda del teatro in cui nasciamo il rischio è quello di reiterare l’altrui morale, l’altrui pensiero, cosa che ci barricherebbe in un’idea di noi dissonante, nella paura di rimanere contraddetti. Agiremmo la nostra natura in maniera truffaldina, maldestra, falsa.
Ma c’è un’altra cosa che mi ha colpito di Joe Lansdale: l’ho trovato una persona disciplinata. Ogni sua mossa mi ha raccontato della cura rivolta alla quotidianità, al rito, al tempo. Non beve alcolici. Scrive tre ore al giorno. La cosa più importante di tutta la sua esistenza si chiama Karen, ed è sua moglie. Ama la natura. In lui vivono Marte, Venere e Mercurio.

E adesso un quesito che mi attanaglia e che vi voglio rivolgere, prima di tornare nel mondo:
Ma in tutta franchezza. Onestamente (poi magari la risposta è semplicemente “no” e va bene così), ma a voi non fa almeno un po’ pietà tutta questa giostra dei social? Se la si guarda bene da fuori dico, non vi risulta di fatto ridicola? Tutte quelle fotografie, quelle manfrine. Tutto quel suonarsela e cantarsela. Tutti quei cuoricini del cazzo. Questa cosa che se uno ha 10mila follower allora debba essere rispettabile oppure anche soltanto vantaggioso annoverarlo fra gli amici virtuali. Dico, ma se uno fa una presentazione pubblica e ad ascoltarlo arrivano fisicamente 100 persone, non è meglio? È sempre accaduto a chi ha fatto un buon lavoro, anche senza locandine su Canva. Anche senza un canale TV privato tutto dedicato a se medesimo. Suvvia. Non vorremo davvero fare il paragone con i seguaci virtuali. Non regge! La partita si gioca sulla pelle, finché non senti l’odore dell’altro. Francamente, ve lo sto chiedendo veramente, tutto ciò non è ridicolo? Davvero non possiamo più prescindere da tutta questa apparenza? A voi non sembra come quando un quarantenne aitante appena divorziato, con quella specie di fierezza disgustosa camuffata da dannazione, racconta di essersi scopato una diciannovenne? Ok, chi te lo ha chiesto, bene che vada è stato un bel giro di giostra, forse. Ma è ridicolo.

Ma davvero ci stiamo arrendendo al fatto che la vita reale non sia ormai più distante dai monitor? Davvero è obsoleto farcela sulla carta, sulle seggiole davanti a un pubblico, e se non capita semplicemente significa che non ce la si è fatta? Dovrebbe pur sempre mantenersi accettabile il fatto concreto di non farcela per una volta, oppure quello di farcela un’altra volta, chi vivrà vedrà. Certe volte va, certe volte non va. No? Sui social sembra sempre che tutti ce l’abbiano fatta. Vuoi per una poesia hipster, vuoi per il six-pack, vuoi per la laurea, vuoi per la dieta, l’evento, la locandina, la foto languida, il cuore da quelli giusti.

Abbiamo davvero rinunciato alle maniere con cui ce l’hanno fatta Camus, Benni, Hemingway? (e anche non fatta, per la serie: trova ciò che ami e lascia che ti uccida). Io le credevo imprescindibili, quelle maniere umane lì. Mah. A me fa strano, molto strano. A me puzza di dipendenza dal virtuale, per la quale giustifichiamo ogni nostro atto nel medesimo come qualcosa di amaramente obbligato. “Eh, ma oggigiorno, ormai.”
In Joe, che era il mio mito già prima dell’avvento di internet, quando tutto era ancora alla giusta distanza, io ho visto tanta speranza. L’ho sentita. Spero sempre di incontrare persone che hanno letto un libro che ho scritto, per parlare insieme a loro di quello a cui hanno pensato, di me, di loro, del mondo, mentre lo stavano leggendo. Spero sempre di incontrare gli scrittori che amo, che leggo. Solo l’incontro ha una forma migliorativa dell’essere. Solo chi è il mito di sé stesso può pensare di poter prescindere dall’incontro.
Matteo (912 follower su Instagram).